Cile – Compagno anarchico pestato dai vigilantes

Il 13 novembre un caro compagno anarchico cileno ha partecipato ad una manifestazione in pieno centro di Santiago, la manifestazione è stata subito dissolta. Ma in questa occasione i più attivi nella repressione sono stati i vigilantes di un centro commerciale, questi ultimi hanno preso di mira il nostro compagno e prima lo hanno scaraventato a terra e poi lo hanno pestato con calci e pugni sulla testa, al punto da dover essere sottoposto a sutura della ferita, con grande sanguinamento. Questo il racconto del compagno, al quale inviamo tutta la nostra solidarietà ribelle!

Culmine

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I vigilantes ed il sangue antiautoritario nella commemorazione dell’assassinio di Alex Lemun

Commemorando un altro anno dall’assassinio di Alex Lemun, il 13 novembre è stata convocata una manifestazione in solidarietà ai prigionieri, per l’autonomia delle comunità in conflitto e contro la militarizzazione in territorio mapuche. Appena radunati in piazza de los Heroes, la polizia ha disperso i manifestanti e così sono scoppiati incidenti in diverse parti de la Alameda (pieno centro di Santiago – ndt). Verso le 9.30 ci siamo ritrovati davanti alla stazione centrale, abbiamo eretto delle barricate con dei bidoni di un centro commerciale ed i vigilantes sono scattati all’attacco dei protagonisti dei disturbi. Erano in oltre 30 gli addetti alla sicurezza privata che hanno dato l’avvio alla caccia, hanno mostrato le armi ed hanno iniziato ad aggredire i manifestanti.

Testimonianza di un compagno anarchico pestato dai vigilantes:

In quei brevi secondi, per terra, le barricate spazzate via, il branco a pagamento e l’immediata (forse “stupida”) reazione. La solidarietà verso quelli che sono contrari all’autorità, senza riflessioni, quella solidarietà che scoppia nel cuore e ti porta a difendere con tutto quel che hai tra le mani quegli sconosciuti complici che ricevono l’ira di coloro che mantengono la tranquillità del consumo con le botte. L’odore e il sapore del sangue inondano il tutto, forse in minor misura che nel territorio mapuche o allo stesso modo che in qualsiasi centro di detenzione della polizia. I colpi si ripetono per innumerevoli volte e gli insulti argomentano la loro miserabile vendetta. Noi, in quelle condizioni, possiamo solo ricevere ed osservare come si spezza quella che fino a poco fa era l’integrità del tuo corpo.

I colpi e le grida contro il “centro di detenzione e tortura”, posto al lato delle vetrine e dei locali di fast-food, fanno
aumentare i fermi e provocano l’arrivo delle forze antisommossa. La solidarietà torna ad essere la scelta meno logica nella società della codardia e del benessere individuale. Gli ambulanti trovano il momento meno propizio per restituire qualcosa del terrore quotidiano e delle persecuzioni e non restano indifferenti davanti ai manganelli sporchi di sangue.

Quali conclusioni trarre? Come evitare di normalizzare i proiettili in territorio mapuche? I pestaggi contro quelli che espropriano i supermercati? La morte dei compagni? Il trascorrere del tempo senza Alex, Matias, il punky Mauri, la Claudita, il Jhonny? La repressione che diviene carne e sangue… soprattutto sangue, tanto sangue.

Queste forze “private” sono nostre nemiche così come quelle pubbliche o di polizia, ne siamo certi. Miserabili esseri umani che decidono di dedicare la vita a proteggere i privilegi dei potenti, capaci di mettere a rischio la propria insignificante esistenza affinché proseguano il consumo e la tranquillità dei loro padroni.

I prigionieri politici Cristian Otero, Pablo Carvajal, Matías Castro, il primo arrestato e gli ultimi due infamati da vigilantes a guardia delle università durante giornate di scontri, lo sanno molto bene. L’autorità non è solo lo Stato astratto o la caricatura della polizia fascista, è la riproduzione dell’ideologia a forza di colpi che genera questo sistema macabro, in cui dei ragazzini si sentono importanti per indossare un’uniforme e custodire i possibili sospetti. Il dibattito cittadino potrebbe vertere – ed a ragione- sui compiti e sulla formazione di queste guardie private.

Ma dalla rivolta, ben lungi da queste posizioni, ci basta solo convincerci e non nutrire alcuna fiducia sulla “neutralità” dei vigilantes. Che non si blateri sul fatto che son dei proletari, dei lumpen (per coloro che deificano questi strati sociali), essi solo riproducono l’autorità e il tessuto costituito dalle forze repressive sia in civile che con le uniformi, entrambe macchiate di sangue.

All’alba, gli occhi stanchi della luce contro la cella e il corpo acciaccato dalle “carezze” della repressione, i loro volti, i nostri volti, abbracci sempre degni per quelli che ci sono e quelli che non ci sono più… e nella nostra memoria attiva tutti i nostri morti. Il sangue si rapprende, le ferite si curano (anche se ci mettono tempo), gli ematomi scompaiono, ma il nostro convincimento sulla guerra contro l’autorità continua ad essere incandescente e sempre, senza paure, alla lotta!

Ma è ora che sappiano che non c’è legge che rispetteremo, che se c’è da lottare ci attaccheremo ai loro colli, che se
bisogna scontrarsi faremo fuori i loro cani, che se bisogna morire essi saranno i primi a morire. Il mio canto non è un pianto, non è una protesta, che questo canto che io canto sia di lotta.”

Mauricio Morales, Punky Mauri

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