Grecia – Libertà immediata per Andrzej Mazurek

da 325

trad. ParoleArmate

Alla fine dello scorso anno abbiamo ricevuto notizie sulla condizione di Andrzej Mazurek, un polacco imprigionato a Dicembre 2008 e tutt’ora prigioniero dello stato greco. I compagni a lui vicini hanno già descritto la sua situazione, ma in modo frammentario e ambiguo. Grazie agli anarchici greci siamo riusciti a contattare lui stesso e a chiedergli le circostanze che hanno portato al suo arresto e imprigionamento.

Andrzej viene da un piccolo paese chiamato Nowa Deba a Podkarpacie, Polonia. Ha lasciato la Polonia nel 2007 per questioni giudiziarie. Ha continuato a vivere come lavoratore immigrato. Il 6 Dicembre 2008 due poliziotti, Epaminondas Korkoneas e Wasilios Saraliotis hanno sparato al giovane anarchico Alexandros Grigoropoulos in strada ad Atene. Ciò ha causato un’inaspettata reazione a catena che ha riunito per giorni migliaia di giovani greci, immigrati e tutti gli altri gruppi ai margini della “vita normale”. Le strade della maggioranza della città greche erano piene di oppositori della mortifera civilizzazione capitalista. Questo evento ancora oggi è chiamato la Rivoluzione Greca 2008/2009. Andrzej non fu indifferente all’omicidio poliziesco mostrando l’antagonismo che cova dietro la faccia della normalità capitalista. Si unì a gruppi che si scontravano con la polizia e che si riprendevano la vita dal deserto della città. Leggiamo cosa ha detto Andrzej sulla sua esperienza. Ecco una parte della lettera che abbiamo ricevuto:

“Il 7 Dicembre 2008 ero in un bar polacco con dei miei colleghi di lavoro e ho sentito dell’omicidio commesso dall’autorità creata per proteggere la società e tenere in ordine le strade. L’omicidio portò alla rivolta sociale con migliaia di persone in tutta la Grecia. Erano studenti, insegnanti e gente comune, vecchi e giovani perché chiunque sentiva di poter essere stato vittima.

Mentre ero seduto nel pub, sentendo l’altra gente parlare pensai che non potevamo rimanere seduti e far finta di nulla. Decisi di unirmi alla gente che usciva in strada per mostrare che c’è gente che si oppone all’autorità assassina. Non sapevo la lingua greca e non conoscevo nessuno dei dimostranti, decisi di unirmi alla gente che stava combattendo la polizia.

Quella notte io e altri anarchici locali fummo circondati e bloccati dentro una facoltà (le facoltà erano zone d’asilo e la polizia non poteva entrarci. Oggi questo non vale più perché il governo ha cambiato la legge). Uno dei gruppi mi chiese da dove venivo, ecc. Io non sapevo il greco ma riuscimmo a parlare in inglese. Mi dissero che eravamo circondati dalla polizia e nessuno avrebbe potuto lasciare il posto in nottata. Mi portarono in un’aula dove c’era la maggioranza di loro e alcuni dormirono. Mi dissero di sistemarmi ovunque, riposare e dormire.

La mattina dopo, mi suonò la sveglia sul cellulare perché dovevo andare a lavoro. Alcuni nell’aula volevano uscire, altri dormivano. Lasciando l’aula mi chiedevo cosa stesse succedendo fuori. Raggiunto l’ingresso vidi un gruppo di ragazze (le avevo viste già prima in questa università) dare tyropita (tipica colazione greca- una torta col formaggio) e una tazza di te caldo a chiunque uscisse. Rimasi molto sorpreso nel vedere una tale organizzazione.

Le strade greche erano molto quiete. I netturbini erano al lavoro. Potevo sentire l’odore di bruciato e di lacrimogeni. Tornai a casa, mi cambiai e andai al lavoro, dove seppi che c’era un corteo in città per commemorare il quindicenne Alexis rimasto ucciso. Dopo il lavoro mangiai qualcosa e andai verso Omonia square dove la gente si stava riunendo e preparando per il corteo. Vennero a migliaia.

Quando il corteo partì io andai nel gruppo che era nella parte esterna del corteo, camminando spalla a spalla, tenendoci uno con l’altro come una catena cosicché il corteo non potesse essere diviso dalla polizia che aspettava in ogni traversa. La polizia cercò diverse volte di rompere la catena attaccando dalle traverse e usando lacrimogeni e granate stordenti. Dopo un po’ lasciai il gruppo di dimostranti pacifici e andai verso quello che si scontrava con la polizia che attaccava. Quando la polizia usciva dalle traverse e s’avvicinava al corteo, noi rispondevamo con sassi e bottiglie piene di benzina. Gli scontri faccia a faccia erano frequenti. Loro erano armati fino ai denti, noi avevamo assi di alcune panche in una mano e sassi nell’altra, i nostri occhi erano pieni d’odio e non ci permettevano di fare un solo passo indietro. Lottammo tutta la notte. Frequentemente lasciavo un gruppo per raggiungerne un altro.

Intorno alle 3 andai verso la facoltà, si vedevano ancora i gruppi che si scontravano con la polizia. Mentre tornavamo verso la strada, io ed altri venimmo circondati alla polizia proprio di fronte l’edificio. Eravamo in trappola. L’unica cosa che mi ricordo è la corsa verso di loro nel tentativo di superarli. Era davvero l’unico modo di uscire dalla trappola. Sfortunatamente io non ce la feci, e venni respinto per poi cadere per terra, loro iniziarono a manganellarmi. Rimasi a terra ad essere manganellato e preso a calci per diverso tempo. Poi si fermarono, mi sollevarono visto che io non ce la facevo visto il forte pestaggio. Mi portarono in una piazza vicina piena di polizia. Io ero ammanettato ed ero seduto sul prato insieme ad altri fermati. Dopo un po’ fui caricato su una jeep della polizia diretta in caserma.

Il 9 Dicembre, in prima mattinata, venni portato per l’interrogatorio insieme all’interprete dell’ambasciata polacca. Mi chiesero cosa facevo in strada e che ero accusato di assalto ad agenti di polizia, lancio di sassi e di molotov. Ovviamente, io non confessai nulla dicendo di essere un passante che tornava a casa da un pub vicino. Lo dissi e venni messo in custodia.

Il 10 Dicembre io ed altri venimmo portati in aula. Mentre aspettavo il mio turno un uomo di origine araba o pakistana (ancora non lo so) si avvicinò e iniziò a parlare in polacco. Diceva di sapere la lingua e di poter tradurre. Mi disse in che situazione ero, che ero in un gruppo di cinque persone, tre greci, una palestinese ed io. Un avvocato d’ufficio avrebbe difeso me, il greco e il palestinese. Il traduttore disse di affidarsi, gli parlò e lui sapeva cosa dire. Dissi appena qualcosa cosicché l’avvocato pensasse che lui stava traducendo.

Andammo in aula in gruppo da cinque e la prima domanda fu se ci conoscevamo. Nessuno conosceva gli altri e iniziò un esame individuale. Io ero il numero 4. Mentre aspettavo il turno l’interprete mi disse che non c’era da aver paura, che tutto sarebbe andato bene, che ci avrebbero fatto domande per poi mandarci a casa. Poi venne il mio turno. Andai in aula, mi presentai e mi domandarono: cosa facevo in Grecia, dove vivevo, se lavoravo ecc. Quando mi chiesero cosa era accaduto negli scontri l’interprete rispose per me, mi disse di far vedere le mie ferite e i segni del pestaggio della polizia. Tutta la parte destra del corpo era ferita (fortunatamente avevo un casco preso da uno dei negozi espropriati). Il pubblico ministero ordinò una visita in ospedale per i raggi x ma ciò non avvenne. Finì l’esame, e noi aspettammo il verdetto. L’arabo continuò a sorridere ripetendo che tutto stava andando bene.

Dopo un po’ venimmo chiamati in aula. Stavano leggendo i nostri cognomi insieme a frasi in greco. Io capii dalle facce dei greci accusati insieme a me che saremmo stati condannati. Il pubblico ministero continuò a leggere e l’arabo disse che saremmo stati imprigionati fino al processo. Venimmo riportati in custodia dove passammo un’altra notte e il giorno dopo ci portarono in prigione.

Come in ogni prigione, l’inizio fu piuttosto difficile, io ero l’unico polacco nel padiglione ed era difficile comunicare. La prigione greca è completamente diversa da quella polacca. I cortili sono aperti per l’intero giorno e possiamo usare i telefoni. Sembra più un dormitorio che una prigione.

Dopo 6 mesi d’attesa ricevo un documento dal tribunale, il mio caso stava per essere discusso. Il processo venne rifiutato, così come dopo altri 12 mesi. Alla fine di Dicembre venni chiamato a presenziare in aula il 16 Gennaio 2010.

Pochi giorni prima del processo lo stesso avvocato che mi aveva aiutato nel primo processo venne e mi disse di riunire i documenti utili come prova che avevo per dimostrare che vivevo in Grecia da più tempo e che lavoravo legalmente ecc. Mi disse che sarebbe stato difficile uscirne perché mi accusavano di tanti reati, ma credeva che mi avrebbero rilasciato con la sospensione della pena.

Nel giorno del processo seppi che ero l’unico in prigione, che il resto degli altri erano stato rilasciato fino al processo. Il processo venne rinviato per l’assenza di qualcuno. Fu rinviato al 1 Marzo, poi all’11 Marzo e cosi via, per un totale di 11 volte. Il processo venne fatto il 18 e 19 Maggio. Il 18 Maggio venni interrogato per quarto. L’arabo era di nuovo mio interprete ma non traduceva nulla. Mi disse che aveva discusso tutto con l’avvocato e sapeva cosa dire. Tutto ciò che dovevo fare era fingere di testimoniare.

Pensavano che fossi venuto dalla Polonia solo per protestare. Per provare una mia più lunga permanenza in Grecia e che avevo lavorato portai tutti i documenti chiesti dall’avvocato e il mio capo testimoniò al processo. L’avvocato neanche l’ha interrogato nell’udienza, è rimasto zitto.

Il giorno dopo andai per ascoltare la sentenza. Il giudice iniziò a leggere: i numeri 1, 2 e 3 erano stati trovati innocenti. 4 e 5 (io e uno dei greci) colpevoli, il giudice iniziò a leggere le accuse e le condanne. Io non capii nulla, potevo solo l’arabo che contava anni e mesi in greco. L’avvocato chiese al giudice una condanna minore. La giuria si ritirò per decidere. Quando tornò, l’interprete mi disse che avevano proposto 12 anni per tentato omicidio di poliziotto tramite il lancio di molotov e circa 100 mesi per le altre accuse. L’avvocato si oppose diverse volte, il verdetto cambiò in 7 anni. L’avvocato smise di insistere. Quando gli chiesi qual’era la mia condanna finale mi disse 7 anni e che ne avremmo parlato dopo, che sarebbe venuto e avremmo parlato. Non lo vedo da allora.

Dopo alcuni mesi venni trasferito, incontrai alcuni anarchici interessati al mio caso. Erano sorpresi che c’era ancora qualcuno prigioniero per la rivolta di Dicembre 2008. Mi dissero che la mia condanna era più grande di quanto pensassi : 7 anni e 55 mesi, essendo accusato di:

uso di esplosivi con tentato omicidio di poliziotto

possesso di esplosivi (molotov)

produzione di esplosivi (molotov)

devastazione di proprietà

devastazione di banche, negozi e altri obiettivi

furto

e un altro che non ricordo adesso

Ero accusato di 7 crimini. Sono in attesa per il processo d’appello l’11 Giugno 2012. Gli anarchici del posto probabilmente si riuniranno all’ingresso del tribunale per protestare e chiedere il rilascio immediato.

Forse avrò un nuovo avvocato datomi dalle organizzazioni locali. Scoprirò cosa ha detto l’interprete arabo a nome mio.

Passando alle accuse:

Al momento dell’arresto non avevo né molotov, né bastoni o sassi. La mia faccia non era coperta.Quando fummo circondati non c’erano stati scontri con la polizia. Io camminavo tranquillamente prima di essere circondato e arrestato.Nessuna delle accuse è provata e si basano solo sulle testimonianze degli agenti che mi hanno attaccato.”

Secondo la descrizione di Andrzej, il verdetto del suo caso è prestabilito. Un immigrato che non sa il greco, resta alla mercé dei rappresentanti della giustizia, la cui attività nel processo è rimasta poco chiara, che praticamente è stato senza difesa nell’affrontare l’(in)giustizia greca. Secondo la regole che la legge è una rete nella quale solo il pesce piccolo resta intrappolato, un dimostrante solitario, isolato dagli altri, diventa una vittima della vendetta che si tramuta in lunghe condanne. Nonostante i precedenti problemi con la legge Andrzej non ha avuto paura di andare in strada e unirsi ai giovani arrabbiati, anarchici, incontrollati in un atto di solidarietà. Si è unito alla gente che si opponeva alla violenza autoritaria della polizia della “mafia delle banche”.

Oggi, mentre l’udienza d’appello di Andrzej s’avvicina è un buon momento per mostrare la nostra solidarietà per l’ultimo prigioniero della rivolta di Dicembre. Nessun partecipante alla guerra sociale chiuso dietro le sbarre può essere lasciato solo in prigione e dimenticato. Incoraggiamo tutti quelli che sono interessati al bene di Andrzej, che vogliono alzare le loro voci di insubordinazione e unirsi alla turbolenta lotta in Grecia per realizzare azioni solidali che dimostrino alle autorità greche che Andrzej non è solo! La solidarietà è un momento che permette di agire in ambiti diversi. L’appello è fissato per l’11 Giugno 2012. Anche se ignoreranno la nostra voce, noi gli faremo sapere che siamo consapevoli, che non dimentichiamo e che non siamo capaci di nascondere le mosse repressive contro la libertà.

CHIEDIAMO IL RILASCIO IMMEDIATO DI ANDRZEJ MAZUREK!

SOLIDARIETA’ PER TUTI I COMBATTENTI DELLA GUERRA SOCIALI IMPRIGIONATI!

PER LA DISTRUZIONE DI OGNI PRIGIONE!

Redazione del trimestrale INNY SWIAT

Redazione del portale grecjawogniu.info

Redazione del portale raf.espiv.net

Croce Nera Anarchica

Potete scrivere ad Andrzej:

André Mazurek

Larissa Prison, 2nd Wing

Larissa 21110 Greece

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