Cristóbal (Mono) solidale con Barry Horne, racconta il pestaggio subito in carcere

Il compagno cileno Cristóbal, noto come Mono (scimmia), arrestato in seguito agli scontri dell’11 settembre, viene accusato di lesioni ai danni un carabinero.

Attualmente si trova rinchiuso nel Carcere di Alta Sicurezza (CAS) di Santiago del Cile, assieme ad altri 3 compagni imputati per lo stesso reato: Francisco, Gonzalo e Zerman.

Nel comunicato che segue, Mono racconta il pestaggio subito alcuni giorni fa, dimostrando determinazione e fermezza degni di un prigioniero di guerra, come egli ama definirsi.

Nonostante i seri postumi del pestaggio Cristóbal, coerentemente con il suo veganismo, sta attuando uno sciopero della fame di 3 giorni per ricordare i 10 anni dalla morte di Barry Horne, scomparso il 5 novembre 2001.

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Cristóbal (Mono) sul pestaggio in carcere

tratto da grupodeapoyoamono.noblogs.org

Faccia a faccia col nemico

Finalmente le parole dei carcerieri hanno superato quelle che con difficoltà riescono a dire di sfuggita e, adesso che mi trovo da poco più di un mese in questa prigione, mi hanno messo le mani addosso. Il pomeriggio del 28 ottobre, mentre ero steso in branda ed ascoltavo un programma di radio 1° de mayo, in cui si ricordava un altro anno dall’assassinio di Raúl Pellegrini e di Cecilia Magni (militanti del Frente Patriótico Manuel Rodríguez nel 1988), il corridoio iniziava a riempirsi di carcerieri, fatto consueto quando ci sono delle perquisizioni nelle celle alla ricerca di elementi proibiti come cellulari od oggetti che potrebbero esser usati come armi contro di essi.

Entrano nella mia cella ed immediatamente mi alzo. Noto un gendarme, conosciuto per i suoi atteggiamenti ultra-fascisti. Non è vicino a me, ma vedo che mi sta puntando. Uno di essi mi chiede di tirar fuori i soldi che ho in cella. Ma nello stesso momento ricevo da dietro un colpo sul collo. Il colpo mi destabilizza ma non mi fa cadere a terra, grazie alla mia agilità. Mi giro e noto chi è il bastardo che esige da me di agire con rapidità. Si tratta del sergente Salgado (quel fascista che ho nominato prima).
Immediatamente lo insulto, dicendogli che a me non mi tratta in quella maniera e con le mie mani freno alcuni suoi spintoni. Una volta nel corridoio il carceriere, nel vedere che resisto ai suoi ordini, continua a spingermi con più forza. Mentre mi dirigo dove si trovano gli altri prigionieri, lui mi conduce fino al settore delle scale. Altri due bastardi mi afferrano per le braccia -mentre io resisto con decisione- ed un carceriere inizia a colpirmi con pugni sull’addome. Cerco di bloccare i colpi con le ginocchia ed almeno uno dei suoi pugni viene parato in questa maniera. La qualcosa lo fa infuriare ed, assieme agli altri gendarmi, impugnano i manganelli, si fanno “coraggio” ed iniziano a picchiarmi sulla testa.

In nessun momento ho chiesto compassione né ho chiesto che mi lasciassero. Ho resistito con fermezza finché ho potuto, ma per via dei colpi sono rimasto incosciente per un po’. Nel riprendere i sensi ho notato che tutto il corpo era addormentato e che non riuscivo a stare in piedi, visto che mi avevano trascinato lungo le scale per ben 5 piani.
Mi son trovato 5 giorni in una fredda cella, con lenzuola e materasso sporchi, rinchiuso 23 ore su 24.

In quel luogo mi son reso conto che i segni del pestaggio abbondavano: avevo bernoccoli sulla testa, ematomi su tutto il corpo ed un taglio sulla mano che sanguinava profusamente, i muscoli mi facevano male come se avessi corso una maratona, ma anche in tali condizioni il mio spirito ed il mio morale erano -e continuano ad essere- vivi.
E’ stato grazie alla solidarietà di alcuni prigionieri che ho potuto mangiare in quei giorni che sono stato in isolamento per “non aver rispettato l’autorità”, motivo per il quale sono stato punito. Mi davano coraggio i prigionieri che gridavano da dentro le “loro” celle, così come l’appoggio che ho ricevuto dal compagno Gonzalo che giorno per giorno ha realizzato una protesta simbolica fino a che non mi hanno tolto dall’isolamento.
Quest’aggressione non è un fatto isolato all’interno del carcere. Alcuni carcerieri sono abituati ad umiliare e torturare impunemente. E’ un qualcosa che non son disposto a tollerare per nessun motivo, né sui miei compagni né su di me. So che il mio atteggiamento di sfida e senza paura dà loro fastidio, ma continuerò orgoglioso con le mie convinzioni, a non chinare la testa di fronte a nessuno, né a leccare i loro stivali. Non starò qui per sempre.

Da qui rivolgo l’appello a far uscire all’esterno qualsiasi abuso sui compagni in prigione, a far sì che le torture non siano una norma, a scontrarsi con orgoglio con i bastardi e che per strada ci si faccia eco di questa situazione.
Un saluto di guerra a tutti quelle che in maniera diversa hanno inviato i loro saluti di coraggio. Adesso preparo il mio corpo ed il mio spirito per inviare tutta la mia forza nella commemorazione dei 10 anni dalla morte di Barry Horne.

Mono
Prigioniero di guerra
Dalla sezione di Massima Sicurezza del Carcere di Alta Sicurezza
Santiago del Cile, inizi di novembre

 

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