Gabriel Pombo Da Silva – Testo di presentazione del libro di Tarrio in Francia

Mi piace sedermi davanti alla macchina da scrivere non appena mi sveglio e non so nemmeno chi sono, da dove vengo e dove vado… quando la mente si trova all’interno di una nebulosa caotica e confusa, ben oltre lo Spazio-Tempo e qualsivoglia Dialettica…

Pian piano e mentre scrivo “torno” al mio io (o quel che esso è… ) …Apro la finestra della “mia” cella: inspiro profondamente la fresca aria mattutina e sento i miei polmoni che si espandono… Preparo un caffè, il suo aroma mi rilassa, mi ricorda un “altro tempo”… la mia fanciullezza ed anche mia madre…

Mia madre si svegliava tutti i giorni alle 5 di mattina per andare a lavorare… metteva la caffettiera sul fornello ed in pochi minuti si diffondeva nell’aria quest’aroma quotidiano che tanto mi piaceva… Da piccolo ero convinto che uno dei motivi per i quali mia madre fosse così “mora” risiedesse nel consumo di caffè… non so il perché, pensieri di un bambino…

I fine settimana ero solito accompagnare mia madre al lavoro, ovvero quando potevo perché non dovevo andare a scuola… Mi piaceva aiutare mia madre…

Mia madre era (ed è) una “signora delle pulizie” e per guadagnarsi il pane doveva pulire negozi e uffici degli altri; s’è sempre mostrata orgogliosa del suo lavoro… o forse di poter lavorare… non l’ho mai saputo con certezza…

Mio padre era muratore (già deceduto) e costruiva case per gli altri, mentre noi vivevamo in affitto in un porcile, anche lui si mostrava orgoglioso del suo lavoro… o forse anche di poter lavorare… non l’ho mai saputo…

Fin da piccolo iniziava a crescere in me un profondo senso d’avversione verso quello che oggi chiamiamo “lavoro salariato”, ma che in quel periodo si chiamava semplicemente “lavoro”… In qualche maniera la realtà quotidiana mi stava insegnando che quelli che non possedevano nulla dovevano vender lo stesso il tempo e le forze a quelli che già possedevano tutto…

Quando chiedevo ai miei il perché ci fossero poveri e ricchi essi mi rispondevano che era sempre stato così da che mondo è mondo… M’ha sempre scioccato la “mentalità” dei miei genitori… i mendicanti erano tali perché vagabondi… ; le puttane erano tali perché viziose… ; lo stesso per i ladroni che erano malviventi…

Si doveva lavorare, obbedire, esser onesti e dei “buoni cristiani”… esser sempre disposti a soffrire ed a porgere l’altra guancia… un qualche giorno, nell’aldilà, avremmo trovato la nostra ricompensa…

Quand’ero piccolo mi vergognavo di dire che mia madre era una “signora delle pulizie”… oggi provo vergogna per essermi vergognato di mia madre… d’essermi vergognato di esser stato povero… (cioè “proletario” perché non abbiamo mai mendicato… ); come se l’esser nati poveri, all’interno di una famiglia proletaria, fosse un “peccato”, qualcosa che uno sceglieva…

No, non ho mai potuto accettare questo “ordine delle cose”… non ho voluto accettare tale ordine… non ho voluto essere un orgoglioso lavoratore che lavora per gli “altri” e che per denaro vende il suo tempo, tutte le sue energie e talvolta anche l’Anima.

 

(…)

 

Per me, il carcere non era qualcosa di lontano e misterioso…. la metà delle persone del mio barrio era stata o continuava ad esser rinchiusa in qualche cella…

I giorni dei colloqui (in carcere) notavo come all’alba alcune madri, sorelle e mogli (perché mai son sempre le donne quelle che sfilano incondizionatamente per anni verso le carceri, mentre gli “uomini” scompaiono o svaniscono in poco tempo???) si dirigevano con le borse di plastica piene di alimenti e vestiti alla fermata dell’autobus che le avrebbe condotte vicino al carcere…

Là c’erano queste donne con i vestiti puliti e gli alimenti che, nella gran parte dei casi, compravano a credito perché in quei tempi nel mio barrio scarseggiavano il denaro ed il lavoro ben remunerato; era per questo che molti si trovavano proprio in carcere e non perché fossero “vagabondi”, “viziose” e “malviventi”… non tutti vollero far parte della diaspora dell’emigrazione (come i miei genitori) o l’esilio… e prima di accettare lo sfruttamento del lavoro salariato o la dittatura del mercato post-franchista decisero di “rubare” o “prendere le armi” contro quell’ordine delle cose…

Queste donne compravano a credito e sfilavano come un silenzioso esercito con le loro borse di plastica dirette in carcere, ed in molte occasioni si privavano esse stesse dal magiare, ma ai figli, fratelli e mariti il pacco di vestiti puliti e di alimenti non poteva mancare, erano queste donne l’incarnazione dell’amore e della solidarietà… io le amavo e provavo un enorme rispetto per esse.

Una di tali donne (nonna e madre) si chiamava… o la chiamavamo Doña Cristina… Una vecchietta piena di rughe dai lineamenti gradevoli e ameni… cosi bassa che le sue borse di plastica quasi toccavano il suolo, dando l’impressione che ogni passo somigliasse ad uno sforzo sovrumano… in più d’una occasione l’ho aiutata a trasportare quelle borse fino alla fermata dell’autobus…

Doña Cristina aveva un figlio in carcere da 12 anni… il figlio aveva rubato alcune auto (nell’epoca di Franco) che poi aveva rivenduto a pezzi, sia a dei carrozzieri che a dei meccanici per guadagnare qualcosa… Suo figlio è stato un dei quei (migliaia di… ) detenuti che non hanno beneficiato della “amnistia politica” sul finire degli anni settanta… suo figlio era inoltre uno di quei ribelli organizzati nella Copel (già in fase discendente) dei quali nessuno voleva saper nulla…

Se la mia famiglia era “povera”, questa famiglia viveva nella più assoluta delle indigenze… Le condizioni subumane in cui sopravviveva questa donna (assieme ai figli dei suoi figli ed a sua figlia; e senza “marito” o qualsiasi altro tipo di sostegno economico) mi indignarono a tal punto che decisi di aiutarla…

 

(…)

 

Correva l’estate del 1982…

Come ogni mattina si metteva in marcia uno sciame umano che si disperdeva in tutte le direzione come formichine affaccendate… code e gruppi di uomini, donne e bambini diretti ai loro posti di lavoro o alle scuole… Dai loro vestiti e dalle uniformi era facile decifrarne i lavori e le scuole di destinazione, persino la “classe sociale” di provenienza…

Scarsi erano i lavoratori che si recavano al lavoro con un’auto propria… la gran parte usava il trasporto pubblico o s’alzava un po’ prima e andava a piedi…

Ero seduto al volante di una Seat 131 che avevo rubato quella stessa notte dall’altra parte della città… i miei amici con lo sguardo teso osservavano qualsiasi movimento nelle strade adiacenti alla banca: qualsiasi auto, persona, tutto…

Osservavo la signora delle pulizie che entrava a quell’ora mattutina in banca: il foulard in testa che ne copriva i capelli, i guanti di gomma arancioni; un piccolo secchio di plastica in cui probabilmente c’erano i prodotti per le pulizie ed altri arnesi di lavoro… M’ha ricordato mia madre che alla stessa ora starà facendo la stessa cosa, ma in un altro paese, a 2.500 km. di distanza…

Toni mi poggia la mano sulla spalla e mi dice di metter in moto l’auto perché qui diamo nell’occhio, fermi davanti alla banca…

Toni era noto come il “mancino”… anni dopo è stato trovato assassinato vicino alla sua compagna Margot… entrambi con un colpo in testa; per le strade si commentava che fosse stata opera della polizia; della Brigada antirapine di Vigo…

Toni aveva quindici anni più di me; aveva sui 30 anni… da poco era uscito dal carcere e faceva parte di un gruppo di persone che s’incaricavano di appoggiare e diffondere le lotte dei prigionieri…

M’è sempre piaciuto il suo modo d’essere… non parlava molto e quando lo faceva era molto deciso…

Moure (che anni dopo si suicidò), che era seduto sul lato del passeggero, mi strizza l’occhio sorridendo, mentre pulisce l’olio dalle armi che aveva sul grembo…

Anche Moura faceva parte di questo gruppi di solidali con i prigionieri, e come Toni era più grande di me ed era stato in carcere…

Ci siamo recati alla periferia della città perché lì non era abituale la presenza della polizia… in fin dei conti non avevano bisogno di “proteggere” i poveri dalla loro miseria… il denaro stava nel centro, nelle banche… Una volta sul monte, siamo usciti dall’auto e ci siamo sgranchiti le gambe… Era tutta la notte che giravamo con l’auto ed eravamo stanchi ed assonnati…

Toni prende un bastoncino ed inizia a disegnare sulla terra le posizioni che avremmo dovuto prendere e le cose da fare durante la rapina… allo stesso modo abbiamo discusso sulle strade e le vie da scegliere durante la fuga, dopo la rapina…

In questa prima azioni io sarei dovuto restare in auto e “coprire la ritirata” nel caso fossero giunti gli sbirri… per tale compito Moure mi consegna un fucile a ripetizione della “Winchester”, che mi ricordava molto i “cowboys” dei film di Hollywood…

Una volta accordati su tutto siamo tornati sull’auto e siamo partiti verso il nostro obiettivo… Ciascuno di noi era immerso in se stesso, è il momento in cui non c’è nient’altro da dirsi perché tutto è stato detto in precedenza: silenzio totale, concentrazione assoluta, una tensione difficile da descrivere…

Arriviamo… mi trovo a pochi metri dalla banca… Toni mi dice di fermare l’auto… ma ancor prima di farlo vedo Toni scattare fuori come spinto da una molla… il passamontagna calato sulla testa e la pistola sulla mano sinistra, mentre grida: vieni, andiamo, andiamo!!!

Moure lo segue a pochi passi di distanza, anche lui con passamontagna ed impugnando un revolver…

Li vedo scomparire all’interno della banca… alcuni passanti restano stupefatti nel vedere queste scene; guardano verso la banca e guardano verso di me…

Non so esattamente quel che si suppone dovrei fare con i “guardoni”, ma per togliermi di dosso il nervosismo che ho decido di scendere dall’auto e fare qualcosa… impugno il fucile e dico loro qualcosa come: cabrones, andatevene prima che inizi a spararvi!!!

Sto con il viso scoperto… solo degli occhiali da sole coprono un po’ la mia faccia. Per fortuna non è stato necessario ripetere le minacce; gli spettatori si ritirano dallo scenario… Resto fuori dall’auto volgendo lo sguardo verso la banca e puntando con il fucile sulle strade in cui potrebbero giungere gli sbirri… il mio cuore batte furioso nel petto; ho voglia del mio inalatore per l’asma ma ricordo d’averlo lasciato a casa… mi sudano le mani… i minuti diventano eterni… se compare una pattuglia sono disposto a sparare… questo è quando abbiamo accordato… dico a me stesso che la prossima volta non resto in macchina… preferisco entrare in banca… infine, vedo i miei amici uscire dalla banca, corrono dirigendosi verso l’auto… salto dentro, lancio il fucile nel sedile posteriore e li raccolgo…

In auto si librano tutta l’energia e la tensione accumulate nei momenti precedenti… I miei amici ridono di se stessi, anch’io… scherzano sul mio aspetto col fucile e gli occhiali da sole… andiamo a tutta velocità per la strada prevista in precedenza… li lascio sul punto convenuto in cui si pongono in salvo essi stessi, le armi ed i soldi… io devo disfarmi dall’auto lontano dalla nostra “base”… sono solito bruciare le auto…

Alcuni giorni più tardi, la signora Cristina trova sulla porta di casa una borsa con 150.000 delle vecchie pesetas… Nel barrio compaiono delle scritte con vernice rossa: Amnistia totale!!! Tutti i prigionieri liberi!

Quelli di sinistra del barrio parlano dei “prigionieri politici”… la gente del barrio non li capisce… tutto sommato i “prigionieri politici” sono già stati liberati con due amnistie parziali… parlano di “solidarietà”, di “libertà”, di… ma solo per i prigionieri delle loro organizzazioni… ed i prigionieri del barrio?

Non partecipo alle riunioni “politiche”… ho 15 anni e non capisco quel che dicono… inoltre parlano sempre gli stessi… parlano come “i tipi della televisione”…

Lascio gli amici con un abbraccio… hanno una riunione… io sto pianificando di rubare un negozio di prodotti alimentari (Revilla) per distribuire del cibo nel barrio… cosa che riuscirò a fare con successo…

– Chiamatemi quando progettate un’altra azione… la politica non m’interessa…

 

Per oltre due anni siamo riusciti ad espropriare con successo più di venti filiali bancarie, una decina di stazioni di servizio ed altre azioni di questo genere…

 

(…)

 

Son trascorsi quasi 30 anni da queste scene, da queste cose, da questi “discorsi”, e tuttavia pare trattarsi di un tema “attuale”: quello relativo alla differenziazione dei prigionieri…

E’ assurdo considerare che solo i prigionieri con coscienza politica siano degni della nostra “solidarietà”… come se i figli della signora Cristina non fossero essi stessi l’esito della prepotenza del sistema… come se i “lumpen” fossero incapaci di trarre conclusioni sulle esperienze e condizioni… come se la mancanza di “istruzione” e “cultura”, di soldi e sostegno, non fossero di per sé sufficiente punizione e ostracismo…

Queste differenze nel carcere non servono a nulla, non sono rilevanti perché l’architettura carceraria si incarica di “mischiare” i prigionieri non in base alla loro “ideologia politica”, ma al contrario… il tempo, l’architettura, “il personale”, le condizioni, la mentalità, gli individui… tutto è artificialmente costruito… in modo che le relazioni di potere e forza siano la conseguenza del “quotidiano funzionamento”, ossia: l’alienazione, la prepotenza,.ecc.

Quale meccanismo di difesa (o meglio autodifesa) sia dentro che fuori (il Sistema è lo stesso dai due lati del muro) da queste false “separazioni” (compartimentazioni) c’è l’organizzazione informale… e questa non si basa “solo” per e con le azioni, ma su qualsiasi attività risponde ad una “organizzazione di compiti” che perseguono due fini simultanei, cioè: “vivere la nostra vita, oggi e adesso”; e tuttavia puntare a fini più “ambiziosi” che “trascendano” la nostra stessa “individualità” e che comunque non significano alienare o alienare l’individuo per non si sa bene quale tipo di “comunità” o “comunismo”…

Quel che desideriamo… o almeno io lo desidero… è che scompaiano le relazioni di potere basate sulla forza… che si viva ed agisca come ce lo dettano i “visceri”… che si vedano gli “altri” non come “oggetti” e/o “soggetti”, ma come individui…

La libertà non consiste nell’alienare l’altro ma nel comprendere quegli “interessi” e desideri che condividiamo insieme per la libertà comune.. e, il tal senso, vivere/organizzarsi ed agire/pensare in comune senza “rinunciare” a se stessi.. senza delegare, partecipando, sporcandosi le mani, coinvolgendosi, accettando “responsabilità”, ecc., ecc…

Non c’è una sola organizzazione che sia al di sopra della mia libertà individuale… e comunque non voglio far parte di una rivoluzione in cui non si possa ballare.

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traduzione dallo spagnolo: Culmine, luglio 2011

 

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